Aiutiamo gli Operations Managers a Concepire e Realizzare le Loro Visioni Industriali Fondate sulla Cultura Lean Manufacturing
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C'è un equivoco che costa caro a molte aziende: confondere i documenti ordinati con il lavoro che funziona. Sono due cose diverse, e la prima non produce la seconda.
Aprire una gestione documentale sembra la risposta ovvia a un ufficio che perde tempo. I file sono dove devono essere, le cartelle hanno un nome sensato, si trova tutto in pochi secondi. Eppure, a distanza di qualche mese, la coda di pratiche è la stessa e le persone continuano a rincorrere le stesse informazioni.
La ragione è che l'archivio agisce su dove stanno i documenti, mentre il tempo se ne va su che cosa si fa con quei documenti: leggerli, confrontarli, verificarli, correggerli, inoltrarli.
C'è un ufficio in cui l'84% del tempo non produce valore. Nessuno lo aveva misurato, quindi ufficialmente il problema non esisteva. Poi qualcuno ha contato.
In quasi tutti gli uffici che analizziamo succede la stessa cosa: le persone non stanno ferme, lavorano al massimo, eppure a fine mese l'arretrato è cresciuto. La reazione istintiva è pensare che serva una persona in più. Nella maggior parte dei casi il problema non è quanto si lavora, è dove finisce il tempo.
Nessuno arriva in ufficio con l'intenzione di perdere tempo. E infatti il tempo non si perde: si sposta su attività che nessuno aveva messo in conto, e che sommate fanno la differenza fra un ufficio che chiude le pratiche e uno che le accumula.
Molte aziende hanno digitalizzato tutto quello che si poteva digitalizzare e continuano ad avere lo stesso arretrato di prima. Il motivo non è tecnico, ed è la ragione per cui il secondo tentativo costa sempre più del primo.
La digitalizzazione aziendale viene presentata come un tema di strumenti: gestionale, archivi, firme digitali, automazioni. Sono tutte cose utili, e nessuna di queste cambia da sola il modo in cui il lavoro passa da una persona all'altra. La confusione più costosa è con l'automazione dei processi aziendali: digitalizzare sposta i documenti sullo schermo, automatizzare elimina i passaggi che non servono. Sono due lavori diversi, e vanno fatti in quest'ordine.
Nell'ufficio il lavoro è fatto di passaggi: una pratica entra, viene controllata, integrata, approvata, archiviata. Se quei passaggi sono sette e tre di quei sette non aggiungono niente, il passaggio a un sistema digitale ti lascia sette passaggi, tre dei quali inutili, eseguiti su uno schermo.
Nelle piccole e medie imprese la digitalizzazione non si blocca per mancanza di tecnologia. Si blocca perché nessuno ha il tempo di capire da dove cominciare, e il tempo è l'unica risorsa che in una PMI non si può comprare.
Chi guida una PMI conosce la scena: l'ufficio lavora, nessuno sta fermo, e la coda di cose da fare non si accorcia mai. La documentazione è indietro, il commerciale aspetta una scheda per chiudere un ordine, e le mail di sollecito si accumulano in una casella che nessuno riesce più a svuotare.
Sembra un problema di persone, e la soluzione istintiva è assumere. Poi si scopre che il carico non scala con l'organico, scala con le pratiche, i clienti e i requisiti: mille pratiche vanno gestite sia che tu abbia venti persone sia che ne abbia centoventi. Una persona in più sposta il muro di qualche mese, non lo toglie. È qui che la digitalizzazione aziendale cambia natura: non un progetto, ma un modo diverso di far scorrere il lavoro.
Digitalizzare un processo che non funziona produce un processo che non funziona in formato digitale. Sembra un dettaglio da poco, ed è la differenza fra un investimento e una spesa.
Molte aziende hanno già provato la digitalizzazione aziendale. Hanno comprato un sistema di gestione documentale, hanno spostato le cartelle su un cloud, hanno chiesto al team di usare il gestionale per tutto. I primi mesi sembra funzionare, poi le ore tornano a mancare e la coda riprende a crescere.
Quando succede, la conclusione che si trae è quasi sempre sbagliata: il software non era adatto. Nella maggior parte dei casi il software era adatto, e la sequenza no.
Settimana 1: workshop kaizen. Energia alta. Post-it ovunque. Foto prima/dopo.
Settimana 4: i nuovi standard tengono. Il team è motivato. I numeri migliorano.
Settimana 12: i risultati si sono ridimensionati. Del +18% iniziale è rimasto un +6%. E in pausa caffè qualcuno commenta: "Ve l'avevo detto che era la solita moda."
Suona familiare?
Automatizzare un processo prima di averlo capito significa renderlo più veloce e più caro. È l'errore che costa più soldi, e nella maggior parte delle aziende si scopre solo dopo averlo commesso.
Chi guida un'azienda oggi ha una pressione chiara: fare di più con le stesse persone. La risposta istintiva è comprare uno strumento, un gestionale, una licenza di automazione. Funziona qualche mese, poi il collo di bottiglia torna esattamente dov'era.
Il motivo è quasi sempre lo stesso, e non ha niente a che vedere con la tecnologia scelta: si è automatizzato il punto sbagliato.
Avete già assistito a qualche presentazione della strategia aziendale? Solitamente, una riunione ben curata, tutto il management concentrato su quello che si dirà e che avrà impatto sulla sua area, tutti a guardare una ventina di slides, colorate, con frasi anche ad effetto come “alignment cascade” e “transformation roadmap”. Vision, mission, targets, projects..etc. Tutti ad annuire, tutti convinti di avere capito. Tre mesi dopo, nessuno riesce a nominare una singola priorità presente nella presentazione senza dover tornare indietro a cercarla.
Hai portato l'OEE dall'68% all'85%.
Il team di produzione festeggia. I dashboard sono verdi. I report settimanali mostrano trend positivi.
Poi arriva la riunione con il CFO.
I problemi non esistono come oggetti fissi nel mondo esterno.
Ti è mai capitato di “inciampare” in un problema?
No. È impossibile. Nessuno ha mai trovato un problema di 1 kg nel frigorifero. Nessuno ha mai appoggiato realmente un problema su un tavolo. Al massimo, chi lo ha fatto – magari con rabbia – stava indicando un oggetto fisico: un sintomo del problema, non il problema in sé.